Chiesa Ortodossa Russa in Italia - Patriarcato di Mosca
Questo blog è personale e organo NON ufficiale di comunicazione in Internet sulla vita della Chiesa Ortodossa Russa in Italia.
venerdì 1 giugno 2012
Pentecoste sul Monte Athos
di Sandro Magister
MONTE ATHOS – Fermate gli orologi, quando dai vapori del Mar Egeo vedete sbucare la cima dell'Athos. Perchè lì sono cose d'altri tempi. Il calendario è il giuliano, in ritardo di 13 giorni su quello latino che ha invaso il resto del mondo. Le ore non si contano a partire da mezzanotte, ma dal tramonto del sole. E non è sotto il sole meridiano, ma nel buio notturno che l'Athos più vive e più palpita. Di canti, di luci, di misteri.
Il Monte Athos è vera terra santa, che incute timor di Dio. Non è per tutti. Intanto non è per le donne, che già sono una buona metà degli umani. L'ultima pellegrina autorizzata vi ha messo piede sedici secoli fa. Si chiamava Galla Placidia, quella dei mosaici blu e oro di una chiesa di Ravenna a lei intitolata. A nulla le valse d'esser figlia del grande Teodosio, imperatore cristiano di Roma e Costantinopoli. Entrata in un monastero dell'Athos, un'icona della Vergine le ordinò: férmati! e le ingiunse di lasciar la montagna. Che doveva restare da lì in poi inviolata da donna. Dal secolo XI – dicono – neanche gli animali femmina, vacche, capre, coniglie, osano più salire impunemente il santo monte.
URANÚPOLIS
Uranúpolis, città del cielo, ultimo villaggio greco prima del sacro confine, è posto di frontiera specialissimo. Cartelli di ferro smaltato vi avvertono fino all'ultimo che non la passerete liscia se siete donna travestita da uomo o se vi scoveranno senza i giusti permessi. La sacra epistassía, il governo dei monaci, vi consegnerà a un tribunale di Grecia. Il quale è sempre severo nel tutelare l'extraterritorialità dell'Athos e le sue leggi di autonoma teocrazia, sancite nella costituzione ellenica e forti di riconoscimento internazionale.
Sudati monaci in tonaca e cappello a cilindro tengono a freno la calca dei viaggiatori in cerca d'un lasciapassare. Molti i chiamati ma pochi gli eletti, dice il Vangelo. E pochissimi sono i visti d'ingresso timbrati ogni mattina col sigillo della Vergine. Chi finalmente riceve la similpergamena che autorizza la visita corre al molo d'imbarco. Perché nell'Athos si entra solo via mare, su navigli che hanno nomi di santi.
Lo sbarco è un porticciolo a metà penisola che si chiama Dafne, come la ninfa di Apollo. Ma il lontano Olimpo, che da lì si scorge nelle giornate ventose, dimenticàtelo. Un vecchio autobus panciuto, del color della terra anche nei finestrini, arranca sulla salita fino a Kariès, ombelico amministrativo dell'Athos, sede dalla sacra epistassìa.
KARIÈS
A Kariès ci sono la gendarmeria, un paio di viuzze con botteghe che vendono semi di farro, icone, grani d'incenso e tonache monacali; ci sono il finecorsa dell'autobus e una trattoria. C'è anche un telefono pubblico, che ha tutta l'aria d'essere il primo e l'ultimo.
Kariès è uno strano paesetto senza abitanti. Quei pochi che compaiono sono tutti provvisori: monaci itineranti, gendarmi, operai di giornata, viaggiatori smarriti. Da lì in avanti si procede a piedi, ore di marcia su strade sterrate, senz'ombra, in nuvole di polvere impalpabile come cacao. Oppure su camionette prese a nolo da un altro degli strani greci provvisori. Oppure saltando su jeep di passaggio, di proprietà dei monasteri più ammodernati.
Ma sempre con grande supplizio corporeo. L'Athos è per tempre forti, ascetiche. Da subito vi torchia. Ogni giorno di visita avrà la sua via crucis di polvere e sassi e precipizi: perchè sul prezioso vostro permesso c'è scritto che non potete fermarvi più di una notte in un monastero e tra l'uno e l'altro ci sono ore di cammino. Il pellegrinare è d'obbligo.
GRANDE LAVRA
Ma quando arrivate esausti in uno dei venti grandi monasteri, che paradiso. La Grande Lavra, il primo nella gerarchia dei venti, vi accoglie tra le sue mura sospese tra terra e cielo, verso la punta della penisola proprio sotto la santa montagna. Compare un giovane monaco e vi ritira pergamena e passaporto. Ricompare come l'angelo dell'Apocalisse dopo un silenzio in cielo di circa mezz'ora, ristorandovi con un bicchier d'acqua fresca, un bicchierino di liquor d'anice, una zolletta di gelatina di frutta e un caffè alla turca, speziato. È il segno che siete stato ammesso tra gli ospiti. Vi tocca un letto in una camera a sei tra mura vecchie di secoli, con le lenzuola fresche di bucato e l'asciugamano. Da lì in avanti farete vita da monaci.
Ossia farete come vi pare. I monasteri dell'Athos non sono come quelli d'Occidente, cittadelle murate dove ogni mossa, ogni parola sono sotto regola collettiva. Sull'Athos c'è di tutto e per tutti. C'è l'eremita solitario sullo strapiombo di roccia, cui mandano su il cibo di tanto in tanto con una cesta. Ci sono gli anacoreti nelle loro casupole sperdute tra ginestre e corbezzoli, sulla costa della montagna. Ci sono i senza fissa dimora, sempre in cammino e sempre irrequieti. Ci sono i solenni cenobi di vita comune retti da un abate, che qui si chiama igúmeno. Ci sono i monasteri villaggio dove ciascun monaco fa un po' a ritmo suo.
La Grande Lavra è uno di questi. Dentro le sue mura ci sono piazze, stradine, chiese, pergole, fontane, mulini. Le celle fanno blocco come in una kasbah orientale. Spiccano gli intonaci azzurri, mentre il rosso è il sacro colore delle chiese. Quando suona il richiamo della preghiera, con campane dai sette suoni e con il martellare dei legni, i monaci s'avviano al katholikón, la chiesa centrale. Ma se qualcuno vuol pregare o mangiare in solitudine, niente gli vieta di restare nella sua cella. Anche per il visitatore è così, salvo che lui di alternative ne ha proprio poche. Al vespero accorre impaziente. Alla preghiera notturna ci prova, presto indotto a ripiegare dal sonno. Alla liturgia mattutina ci riprova, vagamente stordito.
O inebriato? C'è profumo d'Oriente, di Bisanzio, nella Grande Lavra. C'è aroma di cipresso e d'incenso, fragranza di cera d'api, di reliquie, di antichità misteriosamente prossime. Perchè i monaci dell'Athos non patiscono il tempo. Vi parlano dei loro santi, di quel sant'Atanasio che ha piantato i due cipressi al centro della Lavra, che ha costruito con forza erculea il katholikón, che ha plasmato il monachesimo athonita, come se non fosse morto nell'anno 1000 ma appena ieri, come se l'avessero incontrato di persona e da poco.
Santi, secoli, imperi, città terrene e celesti, tutto par che oscilli e fluisca senza più distanza. Ai visitatori sono offerti in venerazione, al centro della navata, i tesori del monastero: scrigni d'oro e d'argento con zaffiri e rubini, che incastonano la cintura della Vergine, il cranio di san Basilio Magno, la mano destra di san Giovanni Crisostomo. La luce del tramonto li accende, li fa vibrare. E s'accendono anche gli affreschi di Teofane, maestro della scuola cretese del primo Cinquecento, le maioliche azzurre alle pareti, le madreperle dell'iconostasi, del leggio, della cattedra.
Dopo il vespero si esce in processione dal katholikón e si entra, dirimpetto sulla piazza, nel refettorio, che ha anch'esso l'architettura di una chiesa ed è anch'esso tutto affrescato dal grande Teofane. È la stessa liturgia che continua. L'igúmeno prende posto al centro dell'abside. Dal pulpito un monaco legge, quasi cantando, storie di santi. Si mangia cibo benedetto, zuppe ed ortaggi in antiche stoviglie di ferro, nelle feste si beve del vino color ambra, su spesse tavole di marmo scolpite a corolla, a loro volta poggianti su sostegni marmorei: vecchie di mille anni ma che evocano i dolmen della preistoria. Anche l'uscita avviene in processione. Un monaco porge a ciascuno del pane santificato. Un altro lo incensa con tale arte che anche in bocca ve ne resta a lungo il profumo.
VATOPÉDI
Dopo la Grande Lavra, nella gerarchia dei venti monasteri, viene Vatopédi. Sorge sul mare tra dolci colline vagamente toscane. Lì, raccontano, si salvò il naufrago Arcadio, figlio di Teodosio. E lì dovette riprendere il largo la sorella, Galla Placidia, la prima delle donne interdette dall'Athos.
Come la Lavra è rustica, così Vatopédi è raffinato. E lo fu sin troppo, in qualche tratto della sua storia passata: opulento e decadente. Ancora non molti anni fa albergava monaci sodomiti, disonore dell'Athos. Ma poi è venuta la sferza purificatrice d'un manipolo di monaci rigoristi giunti da Cipro, che hanno messo al bando i reprobi e imposto la regola cenobitica. Oggi Vatopédi è tornato monastero tra i più fiorenti. Accoglie giovani novizi fin dalla lontana America, figli di ortodossi emigrati.
Vatopédi è l'aristocrazia dell'Athos. Dice solenne l'igúmeno Efrem, barba color rame, occhi chiari e voce melodiosa: "L'Athos è unico. È il solo Stato monastico al mondo". Ma se è città del cielo sulla terra, allora tutto lì dev'essere sublime. Come le liturgie, che a Vatopédi sublimi lo sono per davvero. Specie nelle grandi feste: Pasqua, Epifania, Pentecoste. Il pellegrino vinca il sonno e non perda, per niente al mondo, i suoi meravigliosi uffici notturni.
Già la chiesa è di grande suggestione: è a croce greca come tutte le chiese dell'Athos, mirabilmente affrescata dai maestri macedoni del Trecento, con un'iconostasi fulgentissima d'ori e d'icone. Ma è il canto che a tutto dà vita: canto a più voci, maschio, senza strumenti, che fluisce ininterrotto anche per sette, dieci ore di fila, perché più la festa è grande e più si prolunga nella notte, canto ora robusto ora sussurrato come marea che cresce e si ritrae.
I cori guida sono due: grappoli di monaci raccolti attorno al leggio a colonna del rispettivo transetto, con il maestro cantore che intona la strofa e il coro che ne coglie il motivo e lo fa fiorire in melodie e in accordi. E quando il maestro cantore si sposta dal primo al secondo coro e traversa la navata a passi veloci, il suo leggero mantello dalle pieghe minute si gonfia a formare due ali maestose. Sembra volare, come le note.
E poi le luci. C'è elettricità nel monastero, ma non nella chiesa. Qui le luci sono solo di fuoco: miriadi di piccoli ceri il cui accendersi e spegnersi e muoversi è anch'esso parte del rito. In ogni katholikón dell'Athos pende dalla cupola centrale, tenuto da lunghe catene, un lampadario a forma di corona regale, di circonferenza pari alla cupola stessa. La corona è di rame, di bronzo, di ottone scintillanti, alterna ceri e icone, reca appese uova giganti che sono simbolo di risurrezione. Scende molto in basso, fin quasi a esser sfiorato, proprio davanti all'iconostasi che delimita il sancta sanctorum. Altri fastosi lampadari dorati scendono dalle volte dei transetti.
Ebbene, nelle liturgie solenni c'è il momento in cui tutte le luci vengono accese: quelle dei lampadari e quelle della corona centrale; e poi i primi sono fatti ampiamente oscillare, mentre la grande corona viene fatta ruotare attorno al suo asse. Almeno un'ora dura la danza di luce, prima che pian piano si plachi. Il palpito delle mille fiammelle, il brillare degli ori, il tintinnio dei metalli, il trascolorare delle icone, l'onda sonora del coro che accompagna queste galassie di stelle rotanti come sfere celesti: tutto fa balenare la vera essenza dell'Athos. Il suo affacciarsi sui sovrumani misteri.
Quali liturgie occidentali, cattoliche, sono oggi capaci d'iniziare a simili misteri e d'infiammare di cose celesti i cuori semplici? Joseph Ratzinger, ieri da cardinale e oggi da papa, coglie nel segno quando individua nella volgarizzazione della liturgia il punto critico del cattolicesimo d'oggi. All'Athos la diagnosi è ancor più radicale: a forza di umanizzare Dio, le Chiese d'Occidente lo fanno sparire. "Il nostro non è il Dio dello scolasticismo occidentale", sentenzia Gheorghios, igúmeno del monastero athonita di Grigoríu. "Un Dio che non deifichi l'uomo non può avere alcun interesse, che esista o meno. È in questo cristianesimo funzionale, accessorio, che stanno gran parte delle ragioni dell'ondata di ateismo in Occidente".
Gli fa eco Vassilios, igúmeno dell'altro monastero di Ivíron: "In Occidente comanda l'azione, ci chiedono come possiamo rimanere per così tante ore in chiesa senza far nulla. Rispondo: cosa fa l'embrione nel grembo materno? Niente, ma poiché è nel ventre di sua madre si sviluppa e cresce. Così il monaco. Custodisce lo spazio santo in cui si trova ed è custodito, plasmato da questo stesso spazio. È qui il miracolo: stiamo entrando in paradiso, qui e ora. Siamo nel cuore della comunione dei santi".
SIMONOS PETRA
Simonos Petra è un altro dei monasteri che sono alla testa della rinascita athonita. Si erge su uno sperone di roccia, tra la vetta dell'Athos e il mare, coi terrazzi a vertigine sul precipizio. Eliseo, l'igúmeno, è appena tornato da un viaggio tra i monasteri di Francia. Apprezza Solesmes, baluardo del canto gregoriano. Ma giudica la Chiesa occidentale troppo "prigioniera di un sistema", troppo "istituzionale".
L'Athos invece – dice – è spazio degli spiriti liberi, dei grandi carismatici. All'Athos "il logos si sposa alla praxis", la parola ai fatti. "Il monaco deve mostrare che le verità sono realtà. Vivere il Vangelo in modo perfetto. Per questo la presenza del monaco è così essenziale per il mondo. Scriveva san Giovanni Climaco: luce per i monaci sono gli angeli, luce per gli uomini sono i monaci".
Simonos Petra fa scuola, anche fuori dei confini dell'Athos. Ha dato vita a un monastero per monache, un'ottantina, nel cuore della penisola Calcidica. Un altro ne ha fatto sorgere vicino al confine tra Grecia e Bulgaria. E ha aperto tre altri suoi nuclei monastici persino in Francia. È un monastero colto, dotato d'una ricca biblioteca. A notte alta i suoi ottanta monaci, prima della liturgia antelucana, vegliano in cella da tre a cinque ore leggendo e meditando i libri dei Padri.
Athos insonne. Senza tempo che non sia quello delle sfere angeliche. Lasciarlo è una dura scossa anche per il visitatore più disincantato. A Dafne si risale sul traghetto. Il cadenzato ronfare dei motori vi rimette in pari con gli orologi mondani. La ragazza greca, la prima, che a Uranúpolis vi serve il caffé, vi viene incontro come un'apparizione. Con la folgorante bellezza d'una Nike di Samotracia.
mercoledì 23 maggio 2012
Riconoscimento ufficiale
Mosca, 23 maggio 2012
L'Amministrazione delle parrocchie in Italia del Patriarcato di Mosca acquisisce il riconoscimento legale da parte dello stato italiano.
Documenti ufficiali sono stati recapitati al segretario dell'amministrazione, il rettore della chiesa di Santa Caterina di Roma ieromonaco Antony (Sevryuk), secondo riporta il sito internet del Patriarcato.
Così, la chiesa ortodossa russa viene riconosciuta legalmentre in Italia, dove ci sono circa 50 parrocchie e comunità.
venerdì 13 aprile 2012
Messaggio del Vescovo Nestor
Bien-aimés dans le Seigneur, pères, frères et sœurs,
LE CHRIST EST RESSUSCITÉ !
En cette sainte nuit de Pâques le Seigneur manifeste son immense miséricorde et son amour de l’homme en nous donnant à nouveau la faculté de participer à la grande fête qu’est le triomphe de la vie sur la mort. Il nous appelle au repas de noces de la foi, nous y devenons être les témoins et les participants de la glorieuse Résurrection des morts de Notre Seigneur Jésus-Christ.
En cette sainte nuit nous sommes particulièrement conscients du fait que le Sauveur Ressuscité ne nous a pas laissé seulement son enseignement et ses commandements mais, et surtout, Son exemple, Son image et Sa présence. La Résurrection du Christ englobe et contient tous les sacrifices et toute la foi de l’humanité, toutes les souffrances demandées par la vérité, tout l’amour manifestés au cours de l’histoire du genre humain.
La Résurrection du Christ est une synthèse des forces de l’esprit qui nous paraissent souvent si faibles, si irrationnelles, mais qui manifestent une robustesse plus grande que celle du métal et de la pierre et dont la durée est plus longue que celle du temps terrestre et la force supérieure à celle de la mort.
Mes très chers ! Le monde qui nous entoure est certes imparfait, la société dans laquelle nous vivons est certes hypocrite, moralement instable, nos péchés et nos chutes étant ce qu’ils sont, mais envers et contre tout la nef de l’Eglise poursuit son avancée. Notre Seigneur Jésus-Christ est venu dans ce monde pour sauver les hommes du péché, de la malédiction et de la mort et c’est au sein de l’Eglise que s’accomplit notre salut. Faisons un effort pour ne pas oublier que nous sommes tous embarqués sur cette nef salvatrice et qu’en cette nuit de Pâques c’est aux cotés du Christ Ressuscité que nous glorifions notre liberté parrapport au péché, notre triomphe sur la mort.
Joyeuses Pâques mes très chers ! Que la joie du Christ Ressuscité et la lumière de la vraie foi séjournent toujours avec nous !
Le Christ est ressuscité ! Il est vraiment ressuscité !
ÉVÊQUE NESTOR DE CHERSONESE
Pâques du Christ 2012, Paris
Message de Pâques de l'évêque Nestor de Chersonèse
LE CHRIST EST RESSUSCITÉ !
En cette sainte nuit de Pâques le Seigneur manifeste son immense miséricorde et son amour de l’homme en nous donnant à nouveau la faculté de participer à la grande fête qu’est le triomphe de la vie sur la mort. Il nous appelle au repas de noces de la foi, nous y devenons être les témoins et les participants de la glorieuse Résurrection des morts de Notre Seigneur Jésus-Christ.
En cette sainte nuit nous sommes particulièrement conscients du fait que le Sauveur Ressuscité ne nous a pas laissé seulement son enseignement et ses commandements mais, et surtout, Son exemple, Son image et Sa présence. La Résurrection du Christ englobe et contient tous les sacrifices et toute la foi de l’humanité, toutes les souffrances demandées par la vérité, tout l’amour manifestés au cours de l’histoire du genre humain.
La Résurrection du Christ est une synthèse des forces de l’esprit qui nous paraissent souvent si faibles, si irrationnelles, mais qui manifestent une robustesse plus grande que celle du métal et de la pierre et dont la durée est plus longue que celle du temps terrestre et la force supérieure à celle de la mort.
Mes très chers ! Le monde qui nous entoure est certes imparfait, la société dans laquelle nous vivons est certes hypocrite, moralement instable, nos péchés et nos chutes étant ce qu’ils sont, mais envers et contre tout la nef de l’Eglise poursuit son avancée. Notre Seigneur Jésus-Christ est venu dans ce monde pour sauver les hommes du péché, de la malédiction et de la mort et c’est au sein de l’Eglise que s’accomplit notre salut. Faisons un effort pour ne pas oublier que nous sommes tous embarqués sur cette nef salvatrice et qu’en cette nuit de Pâques c’est aux cotés du Christ Ressuscité que nous glorifions notre liberté parrapport au péché, notre triomphe sur la mort.
Joyeuses Pâques mes très chers ! Que la joie du Christ Ressuscité et la lumière de la vraie foi séjournent toujours avec nous !
Le Christ est ressuscité ! Il est vraiment ressuscité !
ÉVÊQUE NESTOR DE CHERSONESE
Pâques du Christ 2012, Paris
Message de Pâques de l'évêque Nestor de Chersonèse
Messaggio di Pasqua 2012

Chers Frères dans l’épiscopat, très honorables prêtres, diacres qui aimez Dieu, moines et moniales pleins de piété, chers frères et sœurs !
C’est dans la joie de l’esprit en cette grande et glorieuse fête de la Résurrection d’entre les morts de notre Sauveur, c’est en voyant avec les yeux de l’âme Jésus sortir du tombeau que je vous adresse à tous l’exclamation vivifiante, imprégnée de force intérieure, de vérité indéniable et de joie :
LE CHRIST EST RESSUSCITE !
Cette lumineuse nuit de Pâques manifeste à l’humanité la plénitude de l’amour divin qui veut que l’Eternel Fils de Son Père Céleste s’est incarné en acceptant la condition humaine, a guéri la nature humaine de la maladie qu’est le péché. En descendant dans les tréfonds de l’enfer Il a brisé les fers de la mort et nous a offert l’inappréciable possibilité de nous unir à notre Créateur Tout Puissant.
En communiant avec cet amour universel qui émane du Seigneur nous acquérons une arme invincible dans notre combat « contre les Principautés, contre les Puissances, contre les régisseurs de ce monde des ténèbres, contre les esprits du mal qui habitent les espaces célestes » (Ep, 6, 12). Nous surmontons la peur suscitée en nous par nos limites humaines et nous recevons la faculté de regarder en face et sans craintes les défis auxquels nous soumet le siècle. En effet, « Il n’y a pas de crainte dans l’amour ; au contraire, le parfait amour bannit la crainte « (1 Jn, 4,18).
Quoi d’étonnant à ce que l’Evangile nous proclame à plusieurs reprises les paroles que le Seigneur prononce pour encourager ses disciples et renforcer leur esprit : « N’ayez pas peur ! ». La crainte de l’avenir, l’appréhension de dangers inconnus, de menaces imaginaires ou réelles sont des sentiments que nous sommes nombreux à éprouver. Mais le Seigneur séjourne en nous, à moins que nous Le rejetions nous-mêmes. En ces journées où nous rendons gloire à Sa victoire sur la mort le Sauveur en appelle à chacun d’entre nous : « Sois sans crainte ; aie seulement la foi » (Mc, 5, 36).
Qua notre conduite contredise la malice du Siècle et devienne une preuve de l’Eternelle Vérité. Car si nous vivons aujourd’hui dans une société libre et que nous connaissons la liberté de conscience l’aspiration à observer les principes moraux du christianisme signifie, comme auparavant, la nécessité de ramer à contre-courant. Cette aspiration met en évidence le refus des clichés comportementaux et la justification du péché que cherchent à nous imposer les moyens modernes d’agir sur nos consciences.
Tournons-nous vers Dieu et nous pourrons ne plus résider dans le vide spirituel et l’égoïsme qui règnent ici-bas. Ce n’est qu’alors que nous verrons la Lumière de la Résurrection et que cette Lumière nous sera comme un phare dans notre cheminement vers la Cité Céleste.
Que la communion à la coupe Eucharistique devienne la source de notre énergie dans cette progression vers l’éternité. Que la grâce du Saint-Esprit nous renforce, donne à nos âmes une paix inaliénable, la fermeté dans la foi, la réussite dans les vertus.
En communiant du Corps et du Sang du Christ nous devenons, comme le disent les Saintes Écritures « participants de la Divine nature » (2 P, 1, 4) aptes à modifier notre condition humaine. Grâce à la Communion nous pouvons devenir semblables à Celui qui « s’est dépouillé prenant la forme d’esclave. Devenant semblable aux hommes et reconnu à Son aspect comme un homme Il s’est abaissé devenant obéissant jusqu’à la mort à la mort sur une croix » (Ph, 2, 7-8).
Nous transfigurer spirituellement et moralement est la promesse et le fondement de la transfiguration de la vie de la société, du peuple et du pays. Il est impossible d’améliorer le tout sans perfectionner ses parties constituantes. Des bonnes dispositions spirituelles des hommes de tout âge, de toute appartenance sociale et politique déterminent le bien-être de la Patrie. Le devenir de tous les Etats de la Rus historique, de notre Eglise, et en définitive, du monde tel que crée par Dieu qui nous été confié par le Créateur « pour le garder » (Gn, 2, 15)dépend des orientations que nous donnerons à nos vies.
C’est dans la prière, mes bien-aimés, que je vous souhaite de résider sans faille dans la joie du Vainqueur de l’enfer Ressuscité et l’aide abondante du Très Haut dans vos tâches quotidiennes.
Il est vraiment ressuscité !
Amen.
+ CYRILLE, patriarche de Moscou et de toute la Russie
venerdì 3 febbraio 2012
Anniversario di Intronizzazione

Discorso del Patriarca Kirill
Nel terzo anniversario della Sua intronizzazione, Sua Santità il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill ha celebrato la Divina Liturgia nella Cattedrale di Cristo Salvatore. Al termine della Liturgia il Primate della Chiesa russa si è rivolto al pubblico con la parola Primaziale.
Vostra Eminenza, caro Vladika Vladimir! Vostra Eminenza e Grazia! Cari Padri, fratelli, madri badesse e sorelle! Fratelli e sorelle, il nostro popolo ortodosso!
Vorrei ringraziare di cuore Voi, Eminenza, per la lettura del messaggio del Santo Sinodo e di tutta la pienezza della Chiesa ortodossa russa, nel quale è descritto in breve ciò che è o dovrebbe essere il ministero Patriarcale. Davvero, mi ritornano alla mente le parole pronunciate dopo la mia intronizzazione, che al centro del ministero Patriarcale c’è la croce. Allora dissi queste parole, memore dell’esperienza storica, nonostante l'eroismo dei nostri predecessori, e oggi posso dire la stessa cosa, sulla base dell’esperienza degli ultimi tre anni, e forse aggiungere qualche altra cosa all'immagine della croce.
A causa della posizione altamente spirituale che il Patriarca storicamente e canonicamente ricopre su tutto lo spazio del mondo russo, sulla Rus’ storica, sulla Chiesa ortodossa russa, egli è una sorta di punto focale, che deve percepire tutti i segnali significativi provenienti dal popolo della Chiesa, da parte di persone conosciute e sconosciute, dai potenti e non potenti. E poiché il tempo che stiamo vivendo oggi è un tempo inquietante, tutti gli eventi sono percepiti con dolore, ansia, tutti questi dolori sono concentrati nel cuore del Patriarca. Probabilmente nessuno medico può capire come il cuore possa tollerare questo senza alterare il ritmo fisico. E la risposta è semplice, chiara per tutti noi, ma incomprensibile per chi è lontano dalla fede: tutto questo è possibile con la forza della grazia di Dio.
Ci sono due modi possibili di rispondere a tutte queste sofferenze, dolori, a questi segnali, a volte molto inquietanti, pieni di dramma, a volte gioiosi, ma anche pieni di grande forza. Ci sono due modi per proteggere se stessi da questi segnali, carichi di energia umana - sia in bene che in male. È possibile proteggere se stessi con l'indifferenza, tra le mura della propria casa, attraverso una vita ordinata, lunghe vacanze, il trattamento, e tutto ciò che, probabilmente nemmeno può essere capito dalla gente. E’ possibile proteggere se stessi con l’indifferenza. Ma questo non è possibile per il ministero Patriarcale, il Patriarca non ci sarebbe - sarebbe solo un'immagine, un vuoto che le persone molto presto avvertirebbero. Un modello diverso di comportamento è quello di aprire noi stessi, aprire il cuore a tutti quelli felici e tristi, inquieti, con l’anima schiacciata dall’energia che proviene da tutte le vaste distese della Santa Russia. E anche quando non è sufficiente aprire il cuore, allora c’è Dio.
E così, forse, la cosa più importante per il Patriarca è pregare. Forse non ero in grado di poter dire questo tre anni fa, ma dopo essere passato attraverso la croce di tre anni di ministero, ora posso dire con piena responsabilità: l’attività principale del Patriarca è pregare, accumulando tutta la tristezza e il pianto, tutta l’energia negativa e positiva che cade sul Patriarca e affidare a Dio se stessi, la Chiesa e il popolo alla Sua guida, alla Sua saggezza, alla Sua potenza. E poi il miracolo si verifica - improvvisamente il Signore dà conforto, illumina, chiarisce ogni pensiero, insegna cosa dire, quando e come dirlo. Pertanto, il ministero del Patriarca è, prima di tutto, servizio del Primate - Primate della Chiesa e del popolo di Dio.
E vorrei chiedere a tutti voi, miei cari amici, arcipastori, pastori, monaci, di prendere consapevolezza che la dimensione più importante del ministero del Patriarca è condividere con me la preghiera per tutta la Santa Russia, il grande patrimonio del principe Vladimir, i nostri grandi antenati. Esorto tutti voi oggi a condividere le mie preghiere per la Russia, che sta attraversando una fase molto critica e difficile del suo sviluppo. Cerchiamo di unire tutte le forze. Gli ortodossi sono di manifestare – come è accaduto per la Cintura della Beata Vergine Maria, e se la cintura fosse rimasta qui non un mese ma sei mesi, non tre milioni, ma quaranta o cinquanta milioni sarebbero stati in coda. Lo sappiamo, perché viviamo in un paese in maggioranza ortodossa. Queste persone non marciano, le loro voci non si sentono, pregano nel silenzio dei monasteri, negli eremi, nelle case, ma percepiscono con tutto il cuore ciò che sta accadendo oggi con la nostra gente, facendo il confronto con gli schiamazzi e l'incoscienza degli anni pre-rivoluzionari, con la confusione e l’indecisione, la distruzione del paese negli anni '90.
La nostra forza sta nella preghiera, e se tutti noi pregheremo oggi per tutta la Santa Russia, la nostra Russia, per la Chiesa, il Signore stenderà la Sua misericordia. Non con la forza ma con la grazia della Verità divina e il Signore uno giorno fermerà la persecuzione della Chiesa e cambierà il corso della storia della nostra nazione. Siamo convinti che solo Dio può illuminare e rafforzare la nostra gente a seguire il percorso che contribuirà ad aumentare la dimensione spirituale e morale, lo sviluppo della coscienza nazionale, i valori fondamentali della vita nella nostra nazione multiculturale.
Oltre alla preghiera, dobbiamo anche essere vigili. E oggi, vi esorto tutti a questa vigilanza. Imparate a distinguere gli spiriti, a ricordare che il grido più forte, la parola più toccante non è sempre corretta, vera e onesta. Così la nostra gente è tentata due volte, e, forse più che negli ultimi cento e passa anni. La nostra forza sta nella preghiera, nella prodezza spirituale, perché nella profondità di questa impresa si svela la verità di Dio e il piano di Dio, anche sulla nostra Patria, sulla Santa Russia. Noi vediamo chiaramente questo piano e, unendo con uno sforzo umano le fatiche e le preghiere al Potere divino, siamo in grado di influenzare il corso della storia.
Che la benedizione di Dio dimori oggi su tutto il nostro popolo, sulla Rus’ storica, sulla gente della Russia di oggi, sulla nostra Chiesa. Che la potenza delle nostre preghiere e la grazia di Dio possano distruggere tutte le bugie e falsità, ogni tentazione e ogni macchia. Dio fa sempre così, e sappiamo che tutti coloro che ingannano, seducono, provocano sempre la punizione di Dio. Essi sono nella storia? Non stiamo chiedendo la punizione - chiediamo che siano di monito a coloro che con la loro vita, la preghiera, le opere sia in gradp di resistere alla malvagità umana, alle bugie e alla falsità.
Ringrazio tutti voi, miei cari amici, per la preghiera di oggi. Ringrazio i vescovi della nostra multietnica Chiesa - coloro che lavorano in Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Kazakistan, Asia centrale, paesi baltici, e tutti coloro che sono venuti dall'estero, tutti coloro che sono una grande comunità spirituale di persone unite al fonte battesimale nel fiume Dnepr. E lasciate che il Signore ci aiuti a crescere sempre più forti come Chiesa.
Avete ragione, Eminenza, quando avete detto che ora ci sono urgenze amministrative. Noi tutti godiamo della libertà - come non è mai avvenuto nella storia della Chiesa Russa. Si definisce ciò che serve alla Chiesa, e nessuno interferisce con le decisioni del Consiglio della Chiesa, del Sinodo dei vescovi. Questa libertà ci è data come una sorta di tregua - dobbiamo essere pronti al fatto che in futuro qualcosa potrebbe cambiare. E quindi invito tutti voi, miei cari, - prima di tutto i vescovi, i padri, le madri badesse, i fratelli, le sorelle, facendo appello a tutta la Chiesa: non perdete il vostro tempo, costruite chiese, crescete i figli, educate la prossima generazione del clero, entrate in ogni poro della società, portate il messaggio cristiano al mondo. Ora abbiamo questa opportunità e speriamo di poter fermare la terribile mano di Dio, che darà alla nostra patria storica di crescere spiritualmente e materialmente, il tempo di diventare sempre più forte. Ricordiamo che sperperare il tempo presente non è giustificato. Ecco perché oggi, la creazione di nuove diocesi, l’apertura di nuove parrocchie, le nuove opportunità per la formazione del corpo del clero del XXI secolo, il nuovo monachesimo, che, assorbendo la grande tradizione patristica, sarà in grado di portare il messaggio di Cristo, la salvezza dell'uomo, la trasfigurazione della persona umana - compresa la forza di autocontrollo in condizioni così difficili dell'epoca corrotta di oggi.
Chiediamo al Signore, alla Sua Santissima Madre, a Tutti i Santi che risplendono nel nostro paese, di rivolgere la Sua misericordia sulla Rus’ storica, sulla Russia contemporanea, sulla nostra Chiesa, su tutti noi e su ciascuno che con fede e speranza adegua le sue parole e i pensieri a Dio, chiedendogli aiuto nella propria vita. Amen.

Trad. Eleusa
sabato 28 gennaio 2012
Anniversario

Nei giorni scorsi il caro arcivescovo Innokentij ha compiuto il suo 20 anniversario di consacrazione episcopale. Per l'occasione e per i meriti accumulati al servizio della chiesa del Signore SS. Kirill li ha conferito l'Oridne di San Serafino di Sarov di II grado.
Vladika Innokentij AD MULTOS ANNOS!!
lunedì 16 gennaio 2012
San Serafino di Sarov

Dio è un fuoco che riscalda e infiamma il cuore e la carne. Quando nei nostri cuori sentiamo il gelo di Satana, poichè Satana è il gelo incarnato, allora gridiamo al Signore. Il Signore viene e riscalda le nostre anime con un amore perfetto non solo per lui ma anche per tutti i nostri fratelli. E colui che incarna il gelo spirituale, non appena vede il riflesso in noi di questo fuoco d'amore, scompare all'istante perché non può che odiare il bene.
Lì dov'è Dio, il Male non ha più spazio. Tutto ciò che viene da Dio è salutare e utile all'anima umana; tutto ciò che viene da Dio la conduce ad un rigoroso giudizio su se stessa e la porta così all'umiltà.
Dio ci rivela il suo amore; non soltanto quando facciamo il bene, ma anche quando lo offendiamo e lo irritiamo con i nostri errori. Con quanta pazienza sopporta le nostre mancanze. E quando castiga, con quanta misericordia lo fa!
Il nostro primo dovere è quello di credere in Dio, « credere che esiste e che ricompensa quelli che lo cercano » (Eh 11,6). La fede è il primo legame che ci unisce a Dio. Chiunque ha la vera fede è una pietra d'angolo nel tempio di Dio. E' predestinato nel cielo all'opera di Dio Padre, per la potenza di Gesù Cristo e prima di tutto per la sua morte sulla croce; è innalzato verso Dio con l'aiuto della grazia dello Spirito santo.
« Come il corpo senza l'anima è morto, così la fede senza le opere è morta » (Gc 2,26). Le opere della fede sono: carità, pace, pazienza, misericordia, umiltà, accettazione della croce e vita in unione con lo Spirito santo. La vera fede, la fede autentica non può esistere senza le opere buone; chiunque crede con sincerità, deve anche compiere opere di bene.
Tutti coloro che vivono con una salda speranza in Dio sono innalzati fino a lui ed è elargito loro lo splendore della luce eterna. La speranza vera cerca soltanto il Regno di Dio e sa che la Provvidenza provvederà sempre a tutte le necessità della vita temporale. Il cuore dell'uomo non troverà mai riposo se non può fissarsi e vivere in questa speranza.
Chiunque conosce il perfetto amore di Dio non ha più legami con la vita terrena; per lui essa ha cessato di esistere. Le cose visibili gli sono diventate estranee e pazientemente aspira all'invisibile. L'amore di Dio lo trasfigura e lascia perdere dietro a lui tutto quello che tenta di incatenano.
Chiunque ama se stesso non può amare Dio. Ama Dio solo chi, per amore verso Dio, non ama più se stesso. Chiunque ama Dio nella verità si considera come uno straniero, un pellegrino in questa terra, perchè nella sua fretta di andare verso Dio, nella sua anima e nel suo spirito non vede null'altro all'infuori di Dio. L'anima che in tal modo conosce la pienezza dell'amore di Dio, nel momento in cui lascia il corpo non teme il principe dell'aria (Satana), ma s'innalza, accompagnata dagli angeli, come se da una terra straniera raggiungesse la sua patria.
L'uomo deciso a seguire la via della santa temperanza deve prima di tutto essere animato dal timore di Dio, che è inizio di ogni sapienza. E bene che nel suo spirito restino impresse le parole profetiche: « Servite Dio con timore, baciate i suoi piedi con tremore »(Sai 2,11-12). Avanzi e progredisca con la massima prudenza e il più profondo rispetto per tutto ciò che è santo, senza mai allentare il suo sforzo. Altrimenti potrebbe correre il rischio di vedere compiere in lui ciò che Sta scritto: «Maledetto colui che compie fiaccamente l'opera del Signore » (Ger 48,10).
Ci sono due specie di timore; se non vuoi fare il male, temi il Signore e fuggi il male. Ma se vuoi fare il bene, temi il Signore e fa' il bene.
Nessuno può giungere al timore di Dio senza liberarsi prima da ogni preoccupazione temporale. Solo quando il nostro spirito è distaccato da tutte le preoccupazioni di quaggiù, il timore di Dio può animano e lo guida all'amore della grazia del Signore.
Acquisisce la grazia di Dio solo l'uomo che si sottrae totalmente al mondo, che concentra tutti i suoi pensieri e i suoi sentimenti per sprofondarsi nella contemplazione di Dio e nell'estasi della pace promessa ai santi di Dio.
Non si può assolutamente rinunciare al mondo e conoscere la contemplazione spirituale se si resta nel mondo, perché finché le passioni non sono state calmate, l'anima non può trovare la pace. Ora, le passioni non vengono per nulla meno finché ci lasciamo assalire da tutto quello che le eccita.
Per ottenere la piena libertà nei confronti delle passioni, perché l'anima si ritiri completamente in se stessa, è indispensabile esercitarsi costantemente al raccoglimento dello spirito e alla preghiera.
Questo rientrare dell'anima in se stessa è una croce sulla quale l'uomo deve stendersi con le sue passioni e i suoi desideri.
Per ricevere e sentire in sé la luce del Signore, bisogna sottrarsi il più possibile a tutte le cose visibili. Quando, in una fede intensa nel Crocifisso, si è riusciti a purificare la propria anima con la penitenza e le opere buone, bisogna chiudere i propri occhi di carne, far scendere la mente nel cuore e invocare incessantemente il Nome di nostro Signore Gesù Cristo: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me! » Allora, a seconda della misura del proprio slancio e del proprio amore
per il Diletto, nell'invocazione del suo Nome l'uomo trova un rapimento che suscita in lui la volontà di ricercare l'illuminazione suprema.
Quando per molto tempo la meditazione si applica a questi sforzi e quando il cuore ha trovato il silenzio, allora la luce di Cristo comincia a brillare e rischiara il tempio dell'anima, come a nome di Dio ha scritto il profeta Malachia: « Per voi che temete il mio Nome si leverà il sole di giustizia ».
Questa luce è la vita: « Di ogni essere essa era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1,4).
Quando l'uomo contempla in sé la luce eterna, il suo spirito èpuro e distaccato da ogni immagine terrena. Immerso nella visione dei beni increati, dimentica tutto l'universo sensibile, si augurerebbe di non vedere più se stesso, ma di perdersi profondamente nel cuore dell'universo, per conservare per sempre l'immagine di Dio sua unica salvezza.
Per gli ultimi otto anni di padre Serafim si ha qualche perplessità nell'usare il termine di starcestvo. Da molto tempo aveva sorpassato i limiti stessi di quell'universo di carità e dedizione di cui aveva intessuto la sua esistenza. Ormai era l'incarnazione del Giusto, di colui che, sulle soglie dell'indicibile mistero, getta un ponte tra la terra e l'al di là.
Per i fedeli non era già più un uomo come gli altri, ma un santo del cielo trattenutosi nella sua dimora corporea per amore dei peccatori. E quando compresero che il santo starets si preparava alla beatitudine eterna, non provarono alcun dolore, ma piuttosto una gioia sconfinata, sicuri com'erano di trovare in lui un intercessore presso il trono di Dio. La sua morte non era una conclusione, una fine. Fino all'ultimo, diede loro la testimonianza tangibile dei suoi doni miracolosi, dispensati così largamente nel corso della sua vita. Fino all'ultimo, malati e afflitti andarono a pregarlo di aiutarli e ricevettero i suoi benefici.
Per più di un mezzo secolo, il santo starets aveva operato per la gloria di Dio. Ora aveva 72 anni. Le sue forze, prodigate senza risparmio, declinavano lentamente. Solo il suo spirito manteneva in lui, viva, la fiamma dell'amore di Dio. Solo di rado lasciava il monastero per ritirarsi nella sua capanna della foresta, lontano dai supplicanti le cui visite gli pesavano sempre di più. Riceveva solo i malati, che guarì ancora in gran numero.
Più volte gli capitò di annunciare la sua prossima fine.
« Sono alla fine, dovrete imparare a fare a meno di me». Voleva impiegare i pochi giorni rimastigli per restare solo davanti a Dio. Passava la maggior parte del tempo in preghiera. Il viso luminoso, le mani alzate: perduto in una preghiera silenziosa, sembrava appartenere a un altro mondo.
« Quale gioia, quale estasi si impadronisce dell'anima quando, lasciato il corpo, gli angeli le vengono incontro per portarla davanti al volto dell'Altissimo. Quando sarò morto, venite sulla mia piccola tomba. Venite solo quando ne avrete il tempo, ma il più spesso possibile. Qualsiasi peso avrete nel cuore, se sarete malati o afflitti, venite da me e portate la vostra pena sulla mia povera tomba. Inginocchiatevi e raccontatemi tutto, come se fossi ancora tra di voi. Vi ascolterò e la vostra preoccupazione sparirà subito, vedrete. Per voi vivrò ancora, per voi vivrò per sempre ». Così parlava allora il pio starets.
Il primo giorno dell'anno 1833, una domenica, assistette per l'ultima volta alla santa liturgia. Per tutta la giornata lo si sentì cantare nella sua cella inni pasquali. Per tre volte tornò al piccolo angolo di terra che aveva scelto per la sua tomba. L'indomani, all'ora della liturgia dell'alba, fu trovato nella sua cella davanti all'icona della Madre di Dio detta della « Tenerezza ». Era come se fosse caduto a terra, in ginocchio con le braccia incrociate sul cuore e il volto luminoso. Gli occhi erano chiusi come se si fosse addormentato profondamente.
Il pio starets era ormai entrato nella vita eterna.
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